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Nini - Storia di un'infanzia
Claudio Origoni
2008
88 pp.
25 Fr./ 00 Euro
I pedigreed

Lévi-Strauss sostiene che non esiste la storia in quanto tale, bensì la “storia per”. È a partire da un “noi” nel presente, che un certo passato prende corpo e si costruisce una storia. Dunque è il “noi” che sceglie il proprio passato, lo interroga, gli conferisce una fisionomia fino a creare un’identità che esercita un suo potere sul presente.
I quindici racconti di Origoni non sono una sequenza casuale di esperienze. Sulla via di un processo di maturazione, dal presente lanciano ponti verso l’infanzia. O meglio le due infanzie, qui rivissute dall’autore con una “sofferenza a posteriori” al di qua e al di là del confine: l’una ticinese e rigorosa, sguarnita di parole, nutrita di caffelatti e purgata dalla magnesia; l’altra bergamasca, svagata e assolata, tutta sfrenatezza, scoperta e libertà.
Due piccole porzioni di mondo, dalle quali, nella ritrovata magia dei nomi, riemergono nitidi i contorni delle singole vite di donne e uomini che hanno accompagnato quei “secoli” del Nini. Il “vestito”, che la memoria ha scelto per mostrarsi, porta con sé gli affetti che anche il corpo sembra trattenere. Conosciamo così la mamma generalessa, resa ancora più accorta dalla condizione di vedova, che vive l’indigenza come fosse una colpa; ma anche Fate Turchine come la gemella Wanda e la sorella maggiore Silvana, madre vicaria buona e disponibile; la nonna Candida di nome e di fatto; la guaritrice di Balerna curante lussazioni; la Caterina del Lifa e la Zia Orlandina risananti polmoniti. O ancora creature patetiche e scure come la zia Elena, tossicchiante e consumata, e la Nina del cascinale, lunga e magra come il fumo del comignolo.
E poi uomini: il papà estroso panettiere, che negli anni di guerra faceva la mostarda, e altri parlanti la lingua ossuta della Bergamasca: il nonno Gerolamo, solenne padrone di tre chiavi e di un’Italia rurale che non c’è più; il Guariù, l’immigrato minorenne, un animale in fuga braccato dai fascisti e dai tedeschi; il Beppe dell’alpe, muto e ostinato come un mulo; il Mosca, falciatore per un franco al giorno, che mangia formaggini marci e dorme nei fossati, bestemmiatore per vocazione più che per necessità.
Sullo sfondo si avvicendano le azzurre estati bergamasche nella casa dei nonni, porto di mare dove la polenta tiene il posto del pane e che accoglie una pletora di cugini e cugine della Bresciana, del Comasco e della Svissera. ll tempo dilatato della vacanza fa rimbalzare suoni e parabole della spensieratezza. Come nel riquadro di una finestra aperta sulla campagna torrida, passano incontri e riti di iniziazione: la prova di abilità dell’andare al canale reggendo secchi col basto e i primi turbamenti nel fienile dinanzi alla canottiera impudica della Gabri; ma anche quel “sé” remoto che disvela il vuoto, sui cui non sembra aver più peso nemmeno l’ombra protettiva di una carezza familiare: l’improvviso smarrimento del Nini travolto dalla nostalgia, epifania del “tempo della fregatura” che verrà.
Il linguaggio suggestivo, intriso di benevola ironia, va ad imbastire una sorta di minuto, vibrante Bildungsroman, interpretando con incisività il rapporto vedere/capire, che diventa intrigante interrogazione esistenziale.
Erika Zippilli-Ceppi

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