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Vattene. Dimentica. Va-t'en. Oublie.
Markus Hediger
2015
160 pp.
25 Fr./ 00 Euro
I gatti bianchi

Vattene. Dimentica
Va-t’en. Oublie
antologia di poesie
1981-2013

Scelta e traduzione Alberto Panaro e Grazia Regoli

SULLE TRACCE DELL’ONISCO
L’onisco, più comunemente detto porcellino di terra, è un minuscolo animale, spesso frequente nelle nostre case, che predilige le zone umide e chiuse, gli angoli, gli anfratti tra i muri, i margini inferiori delle pietre, sotto le quali lo vediamo a volte fuggire frenetico, o appallottolarsi. Ma l’onisco, abitatore del buio, è anche sin dall’inizio l’animale emblema della poesia di Markus Hediger, che esordiva quasi vent’anni fa (era il 1996) con il bel libro 'Ne retournez pas la pierre' (cioè 'Non rivoltate la pietra', sotto la quale, appunto, vive il poeta/onisco):

Non rivoltate
la pietra col suo mistero
tramandato dalla luna.

No, non toccate,
l’occhio sole mi sconvolgerebbe,
io sono cittadino
del Rovescio, sono l’onisco.

A questa originaria dichiarazione di poetica e di appartenenza, Hediger tornerà spesso, in molti modi e in molte forme; fino a giungere, nel suo secondo libro di versi ('En deçà de la lumière', del 2009), a complicarla e a sfumarla in pura ombrosità:

Poi ho sollevato la pietra
e l’ho rivoltata, una chiara sera
di primavera. Nessun onisco
in fuga sconvolto ma l’occhio umido,
nero di un’ombra che mi guardava.

L’onisco, insomma, proprio come la pietra da non rivoltare e poi invece rovesciata, parla di una dislocazione poetica: rispetto alla realtà comune, quotidiana e orizzontale, la voce di Hediger si colloca in un territorio altro, più basso e tenebroso, in cui sia possibile forse cogliere il depositarsi dell’esperienza, l’essenza profonda e affettiva delle cose di superficie, la traccia del loro passaggio e della loro dispersione. Lo dice con chiarezza una delle poesie d’apertura, breve appunto di prosa lirica:

Sul rovescio delle foglie sale la mia voce e dal rovescio delle foglie, in intimità con la notte, vi mando mie notizie.

Ad un siffatto atteggiamento poetico si allea subito una particolare e assai poco comune scelta linguistica: Markus Hediger, zurighese, valente traduttore dal francese al tedesco, elegge a propria lingua poetica non la sua lingua materna, bensì appunto il francese, come se fosse alla ricerca di una parola, di nuovo, altra, che consenta una distanza, un diverso orientamento nei confronti della vita e del mondo; e che rappresenti anche, come afferma lo stesso autore in un’intervista radiofonica, un concreto atto d’amore, la lealtà rispetto ad una scelta amorosa antica, intensamente radicata nel paesaggio, reale e linguistico, francese, e nel contempo tragicamente inscritta e conclusa in quell’orizzonte. Saranno dunque la musica e il ritmo della lingua francese gli strumenti espressivi e insieme gli scandagli di profondità per esplorare il regno delle tenebre; e sarà grazie a loro e attraverso di loro che appariranno nei testi, come in una sfilata commovente, le esili figure degli scomparsi, uomini e donne che hanno attraversato la vita e che appartengono ora a quella luce che ai viventi è negata, la luce della memoria e dell’oltremondo: i familiari più prossimi e quelli più distanti, Rosa Hediger, sorella del bisnonno, la sfuggente Mina Hirt, modista in pensione, Lydia L., la decana del paese, l’armadio tra due mondi nel solaio della nonna accanto al quale due bambini esplorano il segreto dei corpi, un villaggio in Argovia dove appare un bimbo dai capelli rossi, cioè l’autore stesso in terra d’infanzia, i volti appena intercettati su di un tram o tra la folla, e subito inghiottiti dal nulla. E, insieme a queste e tuttavia al di sopra forse di tutte loro, appena accennata e volutamente mai identificata, l’immagine della ferita originaria, il volto e il corpo e la voce di quel grande Amico morto, apparso luminosamente sulle rive della Garonna, e poi sparito per sempre troppo precocemente, restituito in cenere al mare d’Aquitania e lì scomparso.
Poesia dunque umbratile, popolata da fantasmi memoriali, tutta volta alla mesta ricostruzione di un passato affettivo travolto dal tempo e dal fato, l’opera di questo notevole autore si costruisce senza fretta, con il passo lento e sicuro di chi persegue un ideale di scrittura necessaria e disinteressata, fedele ad alcuni grandi modelli spesso esplicitati da Hediger. Erika Burkart, cui l’opera d’esordio era dedicata, la grande voce poetica della Svizzera di lingua tedesca (il lettore italiano, che poco la conosce, potrà ora affidarsi alla bella antologia di Annarosa Azzone Zweifel, Cento anni di poesia nella Svizzera tedesca, edita da Crocetti nel 2013), scomparsa nel 2010 ma ancora ben presente sulla scena alla fine del secolo scorso; e Georges Schehadé, lo straordinario poeta e drammaturgo libanese di lingua francese che Markus Hediger ha precocemente eletto a figura di maestro (che ricorre nella poesia di Hediger anche sotto le spoglie di uno dei suoi personaggi, Argengeorge). Si aggiungeranno poi altri nomi, come quello di Alice Rivaz, «la Grande Dame della letteratura romanda» (così lo stesso Hediger, in un bel saggio pubblicato nel 1995 sulla nostra rivista «Idra»), come Alfonsina Storni, e come altri ancora, cifrati in un rimando o in un’allusione, che vanno a comporre il firmamento letterario e poetico di riferimento.
Un firmamento, bisogna subito aggiungere, mai troppo esibito, mai risolto in pura erudizione, e più spesso abilmente celato sotto un apparente tono quasi dimesso, quasi quotidiano e non di rado narrativo, ma di una narrazione sincopata, annunciata e subito interrotta. Come se la rievocazione del racconto ormai trascorso e depositato nel passato fosse insieme avviata e presto impedita, desiderata e temuta; in una dialettica tra lirica e narrazione, tra memoria e oblio, che si condensa anche nel neologismo romésie, cioè «romanzo+poesia», con cui l’autore indica con forza un’originale (e dissimulatamente sperimentale) cifra espressiva. Poesia che narra, dunque, il poco che si può narrare di ciò che è stato, di chi è passato nella vita e ne è uscito per sempre; scrittura che cerca con pazienza gli indizi del passaggio, e che un istante dopo ne deve confessare l’insufficienza, la povertà. Proprio alla possibilità/impossibilità del racconto poetico e della conservazione memoriale si collega del resto il lungo dialogo in versi che chiude il volume (e che appartiene alla sezione più recente e ancora in lavorazione da parte dell’autore), cioè Quella sera di novembre, in cui la voce di due defunti, Emma e Arthur, intesse una conversazione cimiteriale, da urna ad urna, e sfocia in una negazione che tuttavia non esclude qualche apertura:

– Non resterà niente di noi, o ben poco.
– Vuoi dire: appena un soffio d’aria al vento?

Ma forse il nome più importante, il Maestro più antico e più illustre che muove la penna di Hediger lungo tutte le direzioni testé evocate non viene mai esplicitamente nominato, eppure pulsa ritmicamente e simbolicamente in molti e molti luoghi dell’opera. Poiché la vicenda del grande Amico morto, cui si accennava inizialmente, calcinata nel luogo in cui due grandi fiumi, la Garonna e la Dordogna, si incontrano sotto i giardini di Bordeaux e poi si gettano nel mare disperdendosi, non può non ricordare un’analoga vicenda, un’analoga ricordanza, avvenuta due secoli or sono nella vita dolorosa e sulla pagina di Friedrich Hölderlin, nell’indimenticabile e capitale Andenken. Anche Hölderlin, come l’Amico morto, sono presenti e taciuti, essenziali e proprio per questo passibili di restare in un’ombra luminosa, che irradia ovunque tra i versi; e proprio la memoria evidente della poesia di Hölderlin, di quella poesia in particolare, frequentemente allusa e quasi citata sotterraneamente, spiega forse sia l’origine ideale dell’opera di Hediger, sia le ragioni più dolorose e vitali di una scelta linguistica e culturale. Hölderlin torna nella tarda primavera del 1802 in Germania, dopo un breve soggiorno a Bordeaux che ha costituito uno dei periodi più intensi e felici della sua sventurata esistenza; e poco dopo riceverà la notizia della morte di Susette Gontard, la donna infelicemente e disperatamente amata. La poesia Andenken (titolo che porrà poi un problema terribile ai traduttori italiani, oscillanti tra ricordo, memoria e, leopardianamente, ricordanza), pur non nominando esplicitamente quei fatti, torna ai luoghi dell’ultima illusione di felicità, spinta dal vento del nord-est, der liebste unter den Winden, che gonfia la vela della memoria verso Bordeaux; e constatando la fine di quel sogno, la morte di quell’illusione, sembra fondare sulle macerie, su ciò che resta il futuro lavoro della poesia. Non diversamente Markus Hediger assume quel paesaggio, letterario e concreto, hölderliniano e privato, meraviglioso e tragico, a momento costitutivo del proprio agire poetico: non solo tema privilegiato, ma cifra profonda della scrittura. Così profonda e immedicabile da diventare esigenza linguistica, e da consentire, e forse imporre, all’autore di scegliere il francese come strumento, tanto d’amore quanto di dolore; un’altra radicale forma di dislocazione, un’altra traccia dell’onisco che accetta di vivere nell’ombra della parola per scoprirne e rivelarne la luce precaria.

Fabio Pusterla

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