La bicicletta rossa - Una storia istriana dal 1939 al 1945

Manuela Balanzin

2014

128 pp.

I pedigreed

25.00 Fr./25.00 €
 
Una storia istriana dal 1939 al 1945

Le mie estati, per diversi anni, trascorsero pigramente con letture in italiano rivolte alla cultura della vicina penisola. La visione del mondo locale era invece proiettata in serbocroato dalla televisione di Stato jugoslava, traboccante di programmi di agricoltura, folclore balcanico e film sulla Seconda guerra mondiale. La mia preferenza andava a Telecapodistria che trasmetteva programmi in italiano. Dopo il quotidiano bagno al mare, passeggiando tra le vie affollate di turisti della città vecchia, cercavo di intravvedere un qualsiasi segno del passato famigliare. A volte acquistavo un gelato, destreggiandomi con i dinari, eternamente flagellati dall’inflazione, in una delle tante pasticcerie che si alternavano ai negozi di oggetti in filigrana d’argento.

Una calda sera d’estate, mentre eravamo usciti per fare una passeggiata, mi portarono ad un monumento ai caduti posto poco distante dalla riva. Vi figurava anche il nome di Silvano, fratello minore di mio padre, morto nel mese di marzo del 1945. Una scoperta sorprendente che mi fece ammutolire di colpo: mille interrogativi senza sapere come porre. Mio padre, a questo proposito, non fu incoraggiante. E mia madre, prima ancora che azzardassi una domanda, mi disse che era meglio non toccare l’argomento. Non ne parlammo più, ma ogni volta che mi capitava di passare accanto a quella targa commemorativa, il pensiero andava allo zio.
Nel 2003, desiderosa di conoscere finalmente meglio la storia delle mie radici, iniziai delle ricerche. Volevo fare chiarezza sulla vicenda di zio Silvano che sapevo morto in un Lager in Baviera. È stato soprattutto grazie alla sede di Milano dell’Associazione nazionale ex deportati politici italiani ANED, ai fratelli Venegoni e a Valeriano Zanderigo, che sono stata in grado di trovare ciò che cercavo. Successivamente sono andata in Baviera, al memoriale del Lager a Flossenbürg. Ho così potuto conoscere e intervistare il professore di filosofia e scrittore Vittore Bocchetta, detenuto sopravvissuto di Hersbruck, sottocampo del Lager di Flossenbürg. Con rabbia e commozione, mi ha descritto la personale tragedia vissuta nel corso della Seconda guerra mondiale. Ho inoltre potuto incontrare e intervistare il direttore del memoriale, lo storico Jörg Skriebeleit che ha messo a disposizione tutte le informazioni che stavo cercando sullo zio. I dati che lo riguardano erano come in attesa della venuta di uno dei familiari. Ed io sono stata contenta, malgrado le difficoltà, di avere trovato la forza ed il coraggio di farlo. La famiglia Lifka, durante il soggiorno in Baviera, ha generosamente contribuito mettendomi a disposizione un alloggio confortevole.

Nel febbraio del 2004, con il materiale e le interviste raccolti in Baviera, ho scritto un racconto e realizzato, per la Radio Televisione della Svizzera Italiana, un documentario radiofonico proposto dalla trasmissione ‘Laser’ della Rete 2 in onore del ‘Giorno della memoria’.In seguito, dopo avere impostato un progetto di ricerca, ho conseguito da Pro Helvetia una borsa letteraria che mi ha consentito di finanziare parzialmente la restante parte del lavoro.

Oltre al materiale trovato a Flossenbürg, ho svolto ricerche e visite relative all’Istria e alla Risiera di san Sabba a Trieste. Infine, a completamento del progetto, sono stata nel Quarnero, in Croazia, sull’Isola Calva. Nota anche come Goli Otok, nell’immediato dopoguerra è stata un’isola tristemente nota come luogo di prigionia e tortura della ex Jugoslavia. Mio padre vi fu detenuto, come molti altri italiani istriani, per diversi mesi con l’accusa di non aderire alla visione politica imposta da Tito.
Nel testo del 2006 di Giacomo Scotti Goli Otok, italiani nel gulag di Tito, si cita Davide Balanzin dicendo erroneamente che vivesse ancora in Istria. L’autore non era a conoscenza del fatto che mio padre, dopo il rientro dall’Isola Calva, aveva trascorso anni molto duri. Essendo italiano, diplomato alla Magistrale, e ormai inviso alle autorità, non aveva avuto vita facile. In seguito, con l’aiuto e il sostegno morale di mia madre, aveva deciso di intraprendere gli studi universitari negli anni ’50 conseguendo la laurea in medicina a Zagabria, all’inizio degli anni ’60. Solo nel 1967 decise finalmente di seguire l’esodo, che diverse migliaia di istriani italiani, intrapresero dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Non conosco le ragioni di tanto ritardo ma uno dei motivi probabilmente sarà stato l’attaccamento alla propria terra e al proprio dialetto. Come molti altri suoi concittadini, dopo avere subìto la deportazione durante la guerra, sentirsi finalmente a casa doveva essere stato vitale. Ma non ha potuto restare, come forse avrebbe voluto. Papà è morto nel 2000 in Svizzera lasciando molte domande senza risposta.


Manuela Balanzin Sayegh, dopo essersi cimentata con la scrittura pubblicando il volume Da Sud verso Nord, con la Casa editrice Legas Press di Ottawa, ha intrapreso un’appassionante ricerca per ritrovare in una piccola storia la grande tragedia del Novecento.
Il romanzo è liberamente ispirato a vicende familiari accadute in Istria, a Trieste alla Risiera di san Sabba, al Lager di Flossenbürg in Baviera.


 

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