Gli opposti della vita

Bruno Belli

2005

60 pp.

Collanaédo

20.00 Fr./00.00 €
 
“Perché mai un eventuale lettore dovrebbe interessarsi a quanto ho scritto? È una reale domanda che mi sono posto, e che ho inserito nella nota introduttiva alla raccolta, cercando di rispondervi. Oggi, infatti, quasi tutti scrivono: la qualità, sovente, manca, anche perché, purtroppo, molti editori, dietro il compenso integrale per la pubblicazione, mettono sul mercato lavori che non sarebbero degni nemmeno d’essere guardati. Il problema è che molti di coloro che scrivono - soprattutto poesia, ma anche narrativa, non leggono, o poco conoscono dei principi generali dell’arte”.
Con quest’affermazione Bruno Belli, critico letterario e musicale, nato a Varese nel 1972, riassume non solo il principio su cui si fonda il suo libro di poesia “Gli opposti della vita”, ma l’intera rassegna “Poeti ed editori sulla nuova scena varesina a Teatro”, organizzata da “Il Caffè della cultura”, di cui è presidente, in collaborazione con il “Teatro Apollonio” di Varese. La scelta è stata, infatti, di puntare su libri non solo nuovi e d’autori varesini, ma anche in possesso di una qualche dignità letteraria. “La poesia, infatti, come, del resto, la narrativa - prosegue Belli - sono lavori di creazione personale, completa; un saggio è la rielaborazione sintetica e sistematica di notizie e di studi. Creando un libro di poesia ci si mette a nudo, ma credo che, soprattutto, questo volumetto sia una provocazione intellettuale tanto nei confronti di chi scrive ‘a ruota libera’, senza aver presente minimamente storia e regole di quest’arte, sia verso coloro che si votano all’avanguardia tout court. Nel libro, infatti, sono tornato a propone, volutamente, una metrica tradizionale, che sperimenti diversi accostamenti, ma in cui, sempre, anche nella commistione di serio e d’ironia (tanto relativa al contenuto, così come a certe ‘formÈ) il messaggio giunga diretto e semplice al lettore. La poesia si è allontanata dalla gente, infatti, per due motivi essenziali: da una parte, l’impossibilità reale di capire, per il lettore, il messaggio di certe ‘sperimentazioni’, e quindi, il non trovarsi sollecitato ad alcun’emozione, dall’altra, la velleità di taluni a definirsi ‘poeti’, semplicemente perché scribacchiano qualche sentimento che, però, per com’è posto sulla carta, non si trasmette a chi legge. Io non sono un poeta, sono un critico e credo che questo ‘castri’, in un certo senso, la libera ispirazione: non conto le volte in cui ho rielaborato i testi, alcuni dei quali, stesi quando avevo diciotto anni, pertanto, riscritti in un processo che n’è durato quasi quindici”.
Da «La Prealpina» del 15 dicembre 2005

 

Versione per stampante

Torna alla pagina precedente